I dati diffusi da Unioncamere Emilia-Romagna sulla congiuntura del commercio al dettaglio nel quarto trimestre 2025 fotografano un settore in sofferenza.
Sempre più strutturale la crisi del commercio al dettaglio
MODENA – Le vendite a valori correnti nel 2025 hanno subito un calo dello 0,3%, il primo vero arretramento dal 2020. Un segnale che non può essere liquidato come una flessione temporanea: è la conferma di una tendenza strutturale che preoccupa profondamente. Se consideriamo l’inflazione — l’indice dei prezzi al consumo in Emilia-Romagna è cresciuto dell’1,7% escludendo l’energia — le vendite in termini reali sono calate in modo ben più significativo di quanto i dati nominali lascino intendere.
Tipologie di esercizi
A colpire maggiormente è il divario netto tra le diverse tipologie di esercizi. Mentre iper, supermercati e grandi magazzini hanno registrato un aumento delle vendite del 3,4%, trainati dalla corsa al risparmio dei consumatori, il commercio al dettaglio specializzato ha perso lo 0,6%, con il comparto abbigliamento e accessori addirittura a -1,1%. Questo non è un problema di mercato: è la fotografia di una distorsione competitiva sempre più insostenibile per i negozi di vicinato e per gli operatori specializzati che animano le nostre città come anche la realtà di Modena.
In un anno perse 1.500 imprese
Ancora più netto è il dato per dimensione d’impresa: le attività con meno di 5 addetti hanno perso l’1,0%, quelle tra 6 e 19 addetti lo 0,7%, mentre solo le imprese con più di 20 addetti sono cresciute (+1,7%). Sul fronte delle imprese, il quadro è altrettanto allarmante: al 31 dicembre 2025 le imprese del commercio al dettaglio registrate in Emilia-Romagna erano 40.438, ben 1.513 in meno rispetto all’anno precedente (2024).
Ci mancava il caro carburanti
A complicare ulteriormente il quadro c’è il peso crescente del caro carburanti. Con il gasolio che ha raggiunto una media di 2,07 euro al litro — 34 centesimi in più rispetto al periodo pre-conflitto — ogni automobilista si trova a spendere circa 415 euro in più all’anno. Una pressione che colpisce il settore da due lati: da una parte riduce la capacità di spesa delle famiglie, dall’altra aumenta i costi operativi delle imprese commerciali, che dipendono dal trasporto delle merci. Un onere aggiuntivo che si somma a una situazione già fragile.